Incontro con Sibò

 

Intervista condotta da Giovanni Marziali sulla vita e le opere del periodo futurista di Pier Luigi Bossi - Sibò

Proceno, 20 marzo 1992

 

D: Quali ricordi possiedi delle scuole fatte a Siena?

 

R: Eravamo nei primi anni venti, i locali dell'Accademia si trovavano nella "porta accanto" a quella della nostra aula (o viceversa!). Ricordo che spesso i nostri professori, per impegni all'Università, saltavano le lezioni ed io uscivo da una porta ed entravo nell'altra. Occorre pensare che io frequentavo l'Accademia saltuariamente e più come allievo privato di Viligiardi che come iscritto. Pertanto spesso le mie esercitazioni non seguivano pedissequamente la prassi normale dell'istituto. Al solito, già allora, lo svolgersi della mia vita deviava dai binari normali come un treno che invece di proseguire diretto imbocca tutti i possibili scambi. La mia vita del resto è stata un susseguirsi di risposte a numerosi cartelli con su: "DEVIAZIONE" (non certo monotona). Quel che ricordo è la grande diversità come ambiente di studio, almeno per me che, naturalmente, mi esercitavo nella parte pratica mentre quella teorica era nella porta accanto.

E poi per me Viligiardi era un caro maestro. Per me le ore passate in Accademia erano volontarie a differenza di quelle della porta accanto.

 

D: Che nozioni ancora presenti nella tua opera hai acquisito dalle lezioni ricevute da Dario Neri?

 

R:  Primo: essere padroni del disegno. Secondo: la ricerca dello spazio, della luminosità. Terzo: l'uso armonico dei colori e delle tinte. Quarto: la freschezza tutta toscana. Però non so quanto io abbia messo in pratica veramente gli insegnamenti di Dario Neri che, oltre che maestro, mi fu amico (e complice).

 

D: Come ti sei avvicinato al futurismo?

 

R: Verso la fine degli anni venti, già a Siena e poi a Torino, mi documentai; leggevo con passione la rivista "Stile Futurista", appunto sul futurismo e fui fortemente attratto da questo movimento e dai suoi personaggi. Feci alcuni lavori, soprattutto di piccolo formato, utilizzando principalmente matite colorate, colori a cera su carta, andati quasi tutti dispersi ma dei quali conservo di alcuni le maquettes, i bozzettini. L'unico lavoro, il primo, non andato perduto è esposto al Consorzio di Bonifica Val di Paglia di Acquapendente. Si chiama la "Bonifica" ed è il risultato di una vera visione futurista. Un altro dei primi lavori che posseggo, tra l'altro è polimaterico, è quello della trasvolata atlantica fatta da Balbo. Pensa ero presente alla partenza dei dodici aerei, che erano dei Savoia Marchetti S 55, ad Orbetello perchè vi abitava il fratello dell'Ingegner Rocchi che, nel '31, era il Direttore Tecnico del Consorzio ed io portavo lì dei progetti da correggere o da ritoccare insieme a lui. Andato poi a Littoria nel '34 attratto dall'atmosfera di puro entusiasmo creativo, dalle opere che avevano fatto rinascere i terreni grazie all'aiuto di nuove macchine, dalla voglia di esaltare la tecnologia legata alla natura e, infine, la conoscenza di un collega, poi amico Dario Di Gese, che aveva i miei stessi ideali, mi spinsero a "produrre" numerosi lavori futuristi.

 

D: Come descriveresti queste prime opere?

 

R: Prima di tutto non le chiamerei opere ma semplicemente lavori che ieri, ma anche oggi:

- sono la trasposizione grafica di sensazioni e pensieri, pertanto per non perdere di freschezza non indulgo nei particolari e spesso sono anche sommario e soprattutto rapido

- freschezza e spontaneità-luminosità e respiro-spazio

- questo io cerco di "grafitare", spesso inserisco o dispongo più elementi o creo squilibri nelle masse per stimolare conturbanze nel fruitore affinchè la visione più viva e meno statica. Poichè, futuristicamente, lo spettatore dev'essere posto come fosse in volo dentro un quadro.

 

D: Parlami dell'Agro Pontino, di Littoria

 

R: Una nota vorrei aggiungere da testimone oculare, una precisazione (insieme all'amico Di Gese) sull'importanza che il Futurismo (sia pure il secondo) ha avuto nella rinascita dell'Agro-Pontino. Precisando che Littoria (così, e non altrimenti, tenuta a battesimo da quel simpatico prete piemontese che si chiamava, forse non a caso, Don Torello) nata nel 1932 in mezzo alle Paludi Pontine, in mezzo a zanzare capaci di dare la morte in solo due giorni, già quando vi arrivai io, nel marzo del '34, presentava un modesto, ma preciso e razionalistico, gruppo di edifici ma era ancora incapace di ospitare la crescente massa di operatori pubblici e privati che risiedevano in Roma e nei dintorni. La velocissima realizzazione di stabili dell'INCIS, Istituto Naz.le Case Impiegati Statali, e dell'IACP, Istituto Autonomo Case Popolari, fece si che, già nell'inverno dello stesso anno, la carenza di alloggi fosse notevolmente ridotta. Intanto, dopo che la "primiceria" (malaria mortale) era stata definitivamente debellata, il nucleo della città, progettato dal carissimo amico Architetto Frezzotti, cresceva. La prima fase delle operazioni di Bonifica nel 1935 era ormai compiuta ad opera del Consorzio di Bonifica e dell'ONC, Opera Naz.le Combattenti, col suo Presidente Valentino Orsolini Cencelli (si legge la lapide posta sulla torre di Sabaudia, non sò se ancora esiste, ove il nome di Cencelli, la cui potenza aumentava di giorno in giorno a buona ragione, figurava in modo un pò troppo evidente, sovrapponendosi, quasi, a quella del Re, provocando in noi giudizi ironici). Interessante era il treno (la nostra tradotta!) che, nel '34, al mattino partiva da Roma per Littoria col suo carico di impiegati e funzionari; partiva alle sette ma, per uscire dalle pensiline della Stazione Termini, impiegava un buon quarto d'ora onde i numerosi ritardatari potessero prenderlo in corsa ( si fa per dire ). Era una festa, una festa del lavoro, intenso, che non lasciava un momento di respiro, ognuno si sentiva veramente parte integrante di un'opera che cresceva di giorno in giorno, in velocità, con scadenze programmate, ma coll'imperativo di fare le cose nel migliore dei modi.

 

D: Ed il Fascismo?

 

R: Io mi accorgevo che c'era soltanto quando qualche manipolo di militi, o qualche corteo, transitavano in città, in occasioni particolari che interessavano soltanto pochi individui, Federale in testa. Il Federale, l'esponente politico del Regime, spesso, rientrando la sera a Roma, chiamava gli amici per raccontare loro l'ultima barzelletta sul Fascismo, mentre gruppi di coloni, nella vicina piazza "XXIII Marzo", osavano impunemente cantare "bandiera rossa" ( gli stessi, il giorno dopo, erano i militi cui accennavo ). In Agro Pontino, negli anni trenta, per me non esisteva praticamente atmosfera politica, la gente che io frequentavo non aveva nè tempo nè voglia di interessarsi di politica. C'era il Regime e nessuno poteva esercitare soprusi (sarebbe bastata la denuncia di un qualsiasi abitante perchè per lui ci fosse Ponza: l'esilio-prigione).  Tutti assistevamo ad un bellissimo sogno che si andava realizzando di giorno in giorno; la soddisfazione di tutti nel veder nascere il tutto dal nulla, anzi dal peggio il meglio, e non ultimo il benessere di tutti gli abitanti-lavoratori erano grandi e creavano una calma davvero insperata, quando altrove, purtroppo, come in tutte le dittature c'erano le sopraffazioni ed i soprusi, spesso ignoti agli abitanti locali. Era come una forma di Stato nello Stato, qualcosa di familiare con Mussolini capo e padre, amato, osannato, desiderato. Del resto solo dopo mezzo secolo si sono visti i tangibili effetti dell'operazione Agro-Pontino. Il regime fu presente, con a capo il Duce, per alcune importanti inaugurazioni come quella della Galleria d'Arte Moderna di Littoria allestita nei locali del liceo Ginnasio. L'idea era stata di un mio amico, insegnava disegno alle scuole medie: il Professor Perissinotti.

All'allora Commissario dell'Agro Pontino piacque la proposta e subito la svilippò mandando lettere ad artisti, musei e gallerie italiane, chiedendo di offrire ciascuno un'opera per creare una Galleria d'Arte Moderna nella nuova città di Littoria. Risposero in molti. Difatti arrivarono più di 400 opere, doni di autori e di musei, come il Museo Revolterra di Trieste che inviò un quadro del Vertunni, molto bello, una grande tela.

Per l'apertura venne Mussolini che doveva inaugurare anche la stazione, il Palazzo di Giustizia, il Palazzo del Liceo Ginnasio dove, per l'appunto, in alcuni locali era stata allestita la galleria che io avevo messo a posto seguendo, in prima persona e fino all'ultimo, l'allestimento. Arrivò Mussolini alla stazione e, vedendo che erano state messe alle finestre le zanzariere, tirò un pugno contro una di queste sfondandola e disse: "se la malaria non c'è più che ci stanno a fare? chi viene in questi posti e le vede pensa che ci sono ancora le zanzare!". E aveva ragione. Poi andò al Palazzo di Giustizia; nell'aula principale c'erano due busti su due mensole, uno del Re e uno di Mussolini, fatti dallo scultore Rubino. Mussolini, vedendoli e trovandoli orrendi, si arrabbiò per la seconda volta, e non aveva tutti i torti visto che le sculture erano proprio brutte. Io ero alla Galleria d'Arte Moderna che avevo il compito di ricevere Mussolini e di consegnargli il prototipo del catalogo fatto fare da me a Roma; la copertina era in marocchino azzurro che era il colore di Littoria. Arrivò un "galoppino" dicendo che il Federale  si raccomandava di essere molto gentile perchè il Duce si era innervosito e bisognava farlo calmare. Ricevetti perciò Mussolini da solo e da soli girammo per le sale, le autorità e il prefetto rimasero sempre due sale dietro, ancora offesi per la questione delle zanzariere e dei due busti. Il Duce si interessò alla mostra chiedendo spiegazioni su questa o quell'opera, come un normale visitatore, senza fare polemica o discorsi di sorta. Insomma alla fine, uscendo, era evidente che si era calmato.

 

D: Come hai conosciuto Filippo Tommaso Marinetti?

 

R:  Avevo preparato alcuni lavori, a dir la verità era un continuo fare lavori insieme al Di Gese tanto che molte opere erano firmate da entrambi, e così decidemmo di partecipare, nel '36, alla mostra di Sabaudia in occasione del premio letterario. La mostra la inaugurò Marinetti, veramente non doveva essere lui ad inaugurarla, non mi ricordo chi doveva essere, vedi il caso, all'ultimo momento è venuto Marinetti che, quando vide i lavori miei e di Di Gese, andò in visibilio per aver trovato, nella terra appenastrappata alla palude, una frangia del futurismo. Egli non si immaginava neanche minimamente che nell'Agro Pontino ci fossero personaggi che avevano abbracciato la sua corrente artistica. Naturalmente da quel momento i rapporti tra noi divennero sempre più stretti. Assidue divennero le mie visite a Roma; spesso mi convocava telefonicamente dicendomi di raggiungerlo l'indomani nella capitale. Al primo incontro a Roma mi confessò il suo stupore per la mia presenza a Littoria e stringemmo amicizia, diceva che gli piacevo perchè avevo un forte senso pratico e avevo sempre mille cose da fare. Ci incontravamo all'incirca una volta a settimana da lui, nelle sua bella casa nei pressi di Castel Sant'Angelo, dove avevo occasione di incontrare anche Benedetta. Mi ricordo che una volta, scherzando, riferendosi a lei disse "quanto costano queste donne". Telefonava a Littoria: "domani ti aspetto da me; devo farti vedere alcune cose". Ricordo che un giorno, poco dopo la mostra di Sabaudia e perciò in una delle sue prime telefonate, mi disse:"Guarda che ho anagrammato il tuo nome togliendo una esse, da oggi sei Sibò". Molto spesso prendeva delle iniziative dove ci coinvolgeva e ci faceva partecipi. Grazie a lui ho partecipato alla Biennale del '38, in quell'occasione, come in altre, fu lui a mandare la mia scheda biografica a Venezia mettendomi erroneamente nato a Roma nel 1911, ma non si trattava di errore: egli voleva così avvalorare il lavoro che stavo portando avanti a Littoria non come una persona venuta dall'estero. Era un uomo di grande cultura, era un piacere ascoltarlo. Una volta mi fece una telefonata fissandomi un appuntamento ed io, conoscendolo ormai intimamente, sapendo che era superstizioso gli ricordai che il giorno era venerdi e non sapevo se lui, proprio in quel giorno, voleva iniziare un progetto di lavoro. Prontamente fece spostare il tutto ad altra data. Lui mi ha fatto partecipare alla Mostra della Plastica Murale; con lui ho organizzato la riunione a Littoria per il Manifesto della poesia ed arti corporative...

 

D: Parlami di queste esperienze

 

R:  posso dirti poco perchè proprio il giorno che si teneva la manifestazione io dovetti partire in quanto era morto mio padre. Sono dovuto salire in Toscana. Avevamo organizzato tutto nella palestra dell'opera balilla.

 

D: Perchè fu fatta proprio a Littoria?

 

R:  Perchè una cosa moderna va fatta in una città moderna! . Ma ritornando a Marinetti voglio diri che è stato sempre lui a farmi partecipare a Roma alla Mostra delle Colonie Estive e con lui ho visitato quella del Minerale. Equilibratissimo, dinamico, mi spiegò che per lui era necessario, per essere un vero fuurista, conoscere profondamente l'arte e poi "mettere in memoria" (come si direbbe oggi) per operare con uno spirito nuovo-nativo=futurista. Uno vero, uomo di cultura, un maestro. Non politico, ci tengo a dirlo per sfatare tutte le dicerie profuse su di lui. Adattatosi per favorire la continuità del suo movimento al generale andamento politico. Sempre onesto-puro-equilibrato. Varie volte fu ripreso dal Duce per il suo comportamento non troppo ortodosso nei riguardi del regime. Un elemento che lo salvava da tante brutte figure era che, noi artisti, non capivamo nulla di politica e occorreva lasciarci fare. E poi, logicamente, era di destra per lignaggio, per cultura, per l'ambiente nel quale viveva... e poi... basta: più del 90% degli italiani era o comunque faceva il fascista, ricordiamolo... E poi voglio continuare a parlare, una volta tanto, di lui, di alcune cose che ricordo.

Una volta ebbe a dire in pubblico, già allora, che la lotta iniziata dai Tedeschi contro gli Ebrei era principalmente volta ad alleggerirli dei soldi. Contemporaneamente il Merlo pubblicava articoli di futuristi contro la pretesa di Hitler di creare l'arte di Stato, mentre l'arte esige l'assoluta libertà e Mussolini chiamò Marinetti per ammonirlo e pregarlo di sospendere dall'Italia tale offensiva verso la Germania, con la quale era in atto il riavvicinamento. Poi la guerra ci divise irrimediabilmente... visto che poi morì.

 

D: Parlami della Mostra di Sabaudia del '36

 

R:  Nel '36 si iniziarono attività artistiche e culturali pure a Littoria, una di queste fu la creazione del premio letterario Sabaudia con mostra d'arte che, inaugurata da Marinetti, presentava ufficialmente i due artisti di Littoria, Sibò e Di Gese. Questi avvenimenti furono il primo passo verso un più stretto rapporto tra lavoro e cultura e tutto ciò ci permise di creare una provincia che non era solo sulla carta ma aveva abitanti veri. In questi posti, io e Dario, già permeati di Futurismo, in più spronati ed incoraggiati da Marinetti, trovammo terreno fertile anche perchè le Autorità dell'Agro e le persone culturalmente dotate(e ce ne erano) accettarono con entusiasmo, durante il periodo della mostra, la creazione del "Gruppo Futurista di Littoria". Questo gruppo, che aveva l'appoggio incondizionato di Marinetti, ebbe modo di essere presentato, all'Italia tutta, attraverso una conferenza-presentazione tenuta alla radio da Benedetta, moglie di Marinetti e artista futurista. La presentazione fu poi pubblicata su di un giornale: Il Corriere Padano. Insomma tutto questo contribuì ad incoraggiare il nostro lavoro e ad allacciare rapporti con altri artisti futuristi d'Italia (ricordo Renato Di Bosso, Prampolini ). Del resto la realizzazione dell'Agro bonificato, aveva in se qualcosa di futurista: nelle architetture nuove e nelle macchine usate per la costruzione di case e palazzi ed anche per fare la bonifica. Si può ben dire che il futurismo permeò i primi tempi dell'Agro, culturalmente e materialmente, al punto che si arrivò a realizzare un carro funebre futurista che ho ancora visto in funzione dopo la guerra. Certa una cosa: senza Futurismo sarebbe stato difficile ottenere nell'Agro Pontino uno sviluppo armonico a carattere umanitario strettamente in unione col materialismo del lavoro.

 

D: Dopo la mostra di Sabaudia te e Di Gese avete continuato a fare lavori insieme?

 

R: Come no! Abbiamo fatto diversi lavori a quattro mani io e Dario: la pergamena con l'Africa Orientale tutta "pupazzettata" per il console Grillo e, subito dopo la mostra di Sabaudia, iniziammo "Nel vortice della gloria".

Noi la facemmo come omaggio a De Blasi che era ministro... professore universitario. Il figlio Giorgio, che era in aviazione, con un apparecchio si schiantò sull'arenile di Capo Portiere. Allora ci fu la commemorazione. Figurati, per la giovane città di Littoria era un'ottima occasione poichè aveva anche lei, ancora senza tradizioni, qualcosa da commemorare, da celebrare, insomma un anniversario da ricordare, per questo aveva commissionato al suo gruppo futturista la tela. La ritoccammo più volte, ma il giorno della consegna era proprio bella. Ricordo che fu una bella cerimonia...

Ho anche il disegno a carboncino del cippo che dovevano innalzare a Capo Portiere in suo ricordo. Il cippo fu poi messo ma non certo seguendo il mio bozzetto troppo futurista, andarono più sul sicuro facendo fare una banale cosa classico-passatista.

 

D: Velocità, movimento, dinamismo questi concetti presenti in arte già nel primo Futurismo come erano interpretati figurativamente negli anni Trenta?

 

R:  Erano sempre presenti, anzi alla base, solo che avevano ancora più forza grazie all'aeropittura. L'aeropittura ampliò il campo d'azione del Futurismo con visioni "simultanee", già con la plastica murale, con i suoi "polimaterici", si era inserito nel lavoro una terza dimensione per creare maggior spazio alla visione. L'aeropittura poi inserì la quarta dimensione: il tempo, con la simultaneità delle visioni che da un aereo in movimento ( ma anche dall'alto di una roccia a picco sul mare o su di una gru dove nei terreni sottostanti stanno facendo dei lavori di smottamento) possono essere concepite.

 

D: Allora la plastica murale...

 

R: Sul polimaterismo della plastica murale vorrei fare una considerazione : che ci siamo fermati purtroppo all'inizio di una rivoluzione creativa suscettibile di dare enormi frutti, e ciò causato dalla guerra che ha praticamente bloccata ogni attività artistica. La plastica murale, che per il periodo in cui è nata, ha, per i più, "puzzato di politica", per i futuristi però ci entrava soltanto "per il rotto della cuffia"; si sa che le espressioni artistiche generalmente subiscono l'influsso dello sviluppo politico e sociale, ma durante la guerra tutto viene a smorsarsi (soprattutto i lavori di grandi dimensioni che non si possono effettuare in clandestinità).

 

D: Quali materiali usavate?

 

R:  Qualsiasi materiale andava bene. Marmi, legni... insieme alla pittura ma anche linoleum che allora era una grande novità, poichè si poteva tagliare, ed anche fotografie, gigantografie. La foto ingigantita era un'altra grande novità, creava movimento, rendeva la terza dimensione ancora più tangibile. Era anche divertente lavorarci con tutti questi materiali. Ricordo quando organizzammo le sale dell'Albergo Littoriaper una festa. Potevamo spaziare su due sale e su un gran salone. L'edificio in quel periodo era chiuso in quanto, di li a poco, sarebbero partiti i lavori di innalzamento del terzo piano con la trasformazione e l'ampliamento  anche del piano terra su mio progetto. Per quell'occasione usammo legno, tanta faesite, fotografie, alluminio ed altro materiale leggero e di veloce installazione, che doveva essere poi distrutto alla fine della festa. Ma la guerra ha distrutto tutto, perchè si poteva proseguire su quella strada. Dopo gli anni sessanta c'è stata qualche creazione polimaterica ma era fine a se stessa, serviva all'autore per esprimere le sue idee più interne, mentre le figurazioni tridimensionali futuriste volevano esaltare il moderno, mettere in evidenza che era possibile fare ed arrivare a certe mete di svilupppo, si esprimevano, futuristicamente, concetti e cose appartenenti alla realtà.

 

D: Perciò nei tuoi lavori c'è sempre stata attenzione per il dato reale?

 

R: Era alla base, certamente non era mai volutamente statico e in alcuni lavori non era neanche apparente. Guarda tutte le composizioni dedicate alle conquiste spaziali che io ed altri futuristi abbiamo fatto; in esse erano espresse delle situazioni e delle sensazioni che in quel momento sembravano favole ma la storia ci ha dato ragione, perchè dopo qualche decennio sarebbero divenute realtà.

 

D: Ancora una volta si può parlare di realtà...

 

R: Si, ma attento, ricordati che non si trattava mai di fantascienza, quella è una buggeratura, uno deve guardare sempre davanti a se, a un futuro che domani si può realizzare. Le "robe" fantascientifiche sono utopie e non potranno realizzarsi mai. Vedi che tutto torna, nel mio lavoro mandato alla Biennale di Venezia del '38, "La conquista dello spazio", si è verificato proprio quello che ti sto dicendo: l'uomo è andato su altri pianeti e addirittura adesso i satelliti artificiali vanno fuori dal sistema solare, non si trattava e non si tratta di fantascienza ma di futurismo. Noi andavamo avanti alla realtà, immaginando delle situazioni cosmiche che effettivamente esistono.

 

D: E il quadro della Biennale?

 

R: Non so che fine abbia fatto... ricordo si trattava di un paesaggio cosmico dove si assisteva alla congiunzione di più pianeti in movimento nello spazio abitato da altri corpi celesti e satelliti in esplorazione. Prima di andare via, leggiti questo scritto! L'ho preparato sapendo che venivi e penso che ti faccia piacere averlo...

NOTA DI SIBO' (PER QUEL CHE VALE)

La mia vita, non a caso divisa in due periodi 1907-1918 e 1919 in poi eccezionalmente movimentata, ha presentato aspetti anacronistici, emozionanti, divertenti, anomali ed anche tragici, non è stata certo monotona. Una vita futurista? paradossalmente io dire di si ed, anche se indubbiamente pericolosa, io l'augurerei a molti, purchè intendano viverla sufficientemente a lungo! Ho percorso un secolo (o quasi), il secolo forse, per l'uomo, il più interessante di tanti trascorsi e l'ho percorso ad occhi aperti...

 

 

  

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